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Racconto umoristico: “I hate shopping” (puntata 1 di 5)

saldiCinque gennaio. Primo giorno di saldi. Le otto di mattina. Al telegiornale un servizio. Folle in fila dalle quattro: stormi di oche starnazzanti sgomitanti sulla linea di partenza della maratona shoppingara. Si aprono le porte. Via! A corsa. Verso giacchetti, giacche, giubbotti, gonne, minigonne, mutande, minimutande, tacchi, scarpe, sciarpe, collant, pantacollant, pantaloni, calze, reggicalze, reggiseni e chi più ne ha più ne metta.

Guardo la televisione con la disapprovazione con cui potrei guardare un servizio sui preti pedofili. Mi volto. Vedo mia sorella. Sara. Guarda la televisione con l’ammirazione con cui gli americani potrebbero guardare un servizio sui pompieri dell’11 settembre. Vorrebbe esserci lei lì.

– Quanto ci metti a finire?
Non è una domanda.
È un’accusa.
Stiamo perdendo l’apertura dei negozi solo perché io voglio fare colazione. Una cosa semplicemente inammissibile!

Ora vi spiego l’assurdità della situazione. Mia sorella non può fare shopping: si è appena comprata una casa e una macchina ed è stata licenziata (nella versione ufficiale perché c’è la crisi, nella versione ufficiosa perché passava le giornate su Facebook). Quindi ha obbligato me ad andare a fare shopping. Una sorta di soddisfazione surrogata.
È entrata come una furia in camera mia alle 7 e 30. Ho provato a darmi malato. Per tutta risposta si è ripresentata alle 7 e 30 e 30 secondi con il termometro. Ho provato a barare, tirandoci qualche colpetto. Se ne è accorta. Ha tirato via la coperta con uno strattone. E mi ha intimato di alzarmi.
– Non fare il bambino! Alzati!
– Ma sono le 7 e 30!
– Appunto!
– Ma non mi serve niente! Te l’ho detto anche ieri sera!

Ha aperto l’armadio. Ha scaraventato sul letto ogni pezzo di abbigliamento in mio possesso. Troppo stretto in vita. Troppo largo in vita. Troppo sbiadito. Troppo colorato. Troppo anni ‘80. Troppo moderno. Troppo lungo. Troppo corto. Troppo. Troppo. Troppo.
– Va beh … ho capito … posso comprare un paio di jeans.
Mi ha squadrato. Per vedere se facevo sul serio. Ai suoi occhi dovevo rifarmi l’ i n t e r o g u a r d a r o b a. Dalle camicie alle scarpe. Dalle mutande alle sciarpe. Dai maglioni ai calzini (… i calzini! Non vi dico come ha reagito di fronte al calzino bianco!).
Facevo sul serio. Mi ha squadrato. Con disapprovazione. Forse con pietà. Nei suoi occhi leggevo distintamente: “tu non sei mio fratello!”

… continua…

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