Foto persiana - Michele Turini

“Un giorno di ordinaria malinconia” (puntata 1 di 14)

Foto persiana - Michele Turinitin

tin tin tin

tin tin tin tin tin tin

TIN TIN TIN TIN TIN TIN TIN TIN

È il tintinnio della pioggia contro la persiana a svegliarlo.

Sdraiato, gli occhi che fissano il soffitto, è assalito da un magone che lo prende alla gola.

Così inizia il giorno in cui Claudio tenterà il suicidio.

Piove e per lui è troppo.

È incredibile come una giornata di pioggia possa far apparire tutto più brutto: un paesaggio, una città, una giornata, una vita.

E, quando quel paesaggio, quella città, quella giornata, quella vita sono già brutti di loro, una giornata di pioggia è quanto di peggio ci possa essere al mondo.

Piove, è domenica e per lui è troppo.

Domenica. Insieme alla famiglia. La gita fuoriporta. La station wagon carica. Bambini allacciatevi le cinture. Un bacio alla moglie. Si parte.

Lui non ha una famiglia.

Domenica. In intimità con la fidanzata. La tv accesa. Sotto le coperte. Facciamo un giro? No, stiamo così bene qui da soli!

Lui non ha una fidanzata.

Non più.

Se ne è andata.

Un anno fa.

Due valigie.

Sulla soglia.

Di spalle.

Una voce.

La sua voce.

“Addio”

Domenica. Con gli amici. A pescare. A vedere la partita. A fare una passeggiata sul lungomare.

Lui non ha amici con cui uscire.

Non più.

Con il passare degli anni i legami si sono fatti man mano più slacciati. I vecchi amici hanno preso la loro strada. Hanno messo su famiglia. Si sono trasferiti. Hanno aperto attività.

Con il passare degli anni i vecchi amici si sono fatti conoscenti, compagni di passato, compagni di ricordi.

Nessuno più con cui uscire.

Nessuno più con cui confidarsi.

Nessuno a cui poter dire che non va tutto bene.

Perché no. Non va tutto bene.

Da un po’.

Da troppo.

Ma fuori di casa sul suo volto è stampato un sorriso. Tutto-bene-grazie.

Come si può vivere di merda senza poter condividere quella merda con qualcuno?

È così che si trova a rimpiangere le uscite in barca che non amava particolarmente.

È così che si trova a rimpiangere le giornate in curva a guardare perdere (e retrocedere) (due volte!) la sua squadra.

È così che si trova a rimpiangere le passeggiate sul lungomare in cui non sapeva bene se erano gli sbadigli a interrompere le parole o le parole a interrompere gli sbadigli.

È così che la domenica si trova puntualmente a fissare il telefono, alzare la cornetta, riabbassarla, rialzarla, comporre il numero, riabbassarla, ricomporre il numero, spiegare che ero io, che mi era caduta la linea, se non hai niente di meglio da fare, verresti a vedere la partita? magari strappiamo un pareggio … ah, no … figurati, sarà per un’altra volta, ciaociao.

Lui che ha sempre odiato essere di peso.

Lui che odia essere di peso.

Lui che si odia.

La domenica. Il tempo che arranca. Stanco per essere stato regolare per tutta la settimana, si prende un giorno di malaugurato riposo. Le lancette si fanno lente.

Lui che non sa come riempirlo quel maledetto tempo.

Lui che non sa come spingerle quelle maledette lancette.

È così che la domenica si trova puntualmente seduto alla scrivania, di fronte al pc, ad aprire la pagina di Facebook. La chat. In attesa di un contatto che non ci sarà. Lo sa. Ma si trova sempre a sperarlo. Per ore. A pensare di contattare i pococonoscenti (quelli che, se trova in giro, neanche saluta e neanche lo salutano, sempre che lo riconoscano), per paura di disturbare i conoscenti. Per ore. Senza neppure farlo. Che cosa potrebbe mai dire a un pococonoscente?

È così che la domenica si trova puntualmente seduto alla scrivania a fissare il monitor fino allo stordimento, fino a decidersi di guardare qualcosa alla tv. Lui che odia la tv. Passando da un talk show trash all’altro. Lui che odia i talk show. Lui che odia il trash. A vedere pseudovip che si accapigliano, spettegolano, si offendono, si picchiano o, peggio ancora, fingono di accapigliarsi, spettegolare, offendersi, picchiarsi, aizzati da pseudopresentatori con poca dignità e tanta voglia di pseudoascolti. Finendo puntualmente per scegliere il programma con più tette e più culi, che possa quantomeno offrire spunti per un lavoro di mano in bagno.

L’unica consolazione è il lunedì.

Il lunedì, il qualcosa da fare, il qualcuno da vedere (il qualcuno in carne e ossa e non il semisconosciuto telematico di turno aggiunto per la disperazione di poter conversare), il lavoro.

Il lavoro. Forse l’unica cosa che gli permette di andare avanti. Un orario da rispettare. La testa occupata. Scampoli di conversazione tra colleghi. Buongiorno. Come va? Ieri che hai fatto? Hai visto la partita? Stavolta abbiamo perso con relativa dignità. Scappo che devo fare delle fotocopie urgenti.

Ridotto ad accattonare scampoli di conversazione a margine di una fotocopiatrice.

Ridotto a dover rimpiazzare amici veri con colleghi di lavoro. Amicizia con gentilezza. Abbracci con strette di mano. Risate con sorrisi di cortesia.

Tutti attendono la domenica per liberarsi della squallida routine.

Lui attende la squallida routine per liberarsi della domenica.

Perché la squallida routine è tutto ciò che gli è rimasto.

Piove, è domenica mattina e per lui è troppo.

Perché sa che stasera si farà schifo ed è ancora mattina.

Perché sa che stasera si farà schifo ed è ancora mattina e già si fa schifo.

C’è solo una cosa peggiore della domenica.

La domenica mattina.

C’è solo una cosa peggiore della domenica mattina.

La domenica mattina del 21 dicembre.

Perché è il suo compleanno.

Perché è il suo compleanno ed è solo.

Perché è il suo compleanno, ha quaranta anni ed è solo.

Perché è il suo compleanno, ha quaranta anni, è solo e a mezzanotte si toglierà la vita.

… continua…

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