Foto di Michele Turini - Lacrime

“Un giorno di ordinaria malinconia” (puntata 2 di 14)

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DRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNN

Come tutte le mattine suona la sveglia alle 10 e 30.

DRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNN

Come tutte le mattine non riesce a spegnerla al primo tentativo. La mano che si posa tastoni sul comodino. Poi sul bicchiere. Lo rovescia. Poi sulla lampada. Gli occhi ancora chiusi.

DRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNN

Trova la sveglia. Riesce a spegnerla.
Come tutte le domeniche solleva lentissimamente le coperte per non svegliarla, esce dal letto cercando di non far sobbalzare il materasso, raccoglie le pantofole e, le pantofole in mano, esce in punta di piedi dalla camera.

Appena lui si richiude con la massima delicatezza e non il minimo rumore la porta alle spalle, lei si rigira nel letto furente e scaglia un pugno contro il cuscino. Ne ha piene le tasche.
Tutte le domeniche la stessa pantomima.
Prima i tre trilli della sveglia. Dilanianti.
E poi … come se fosse possibile non esserne svegliati (e traumatizzati a vita), lui che se ne esce di camera senza un fruscio, come a dire che-maritino-affettuoso-che-sono-a-non-svegliare-la-mia-mogliettina!
Prende per il culo o è un deficiente?
Ci pensa un attimo.
È un deficiente.
Ho sposato un deficiente.
Manfredo intanto si siede in cucina, giusto un attimo per calzare le pantofole, prendere un succo e scendere in garage. Si gratta il capo, pensando che anche oggi ci sarà parecchio da sgobbare. A vederlo, non proprio in tenuta da lavoro (un pigiama con gli orsetti e le pantofole a forma di maialino), gli occhi semichiusi persi nelle cataste di scatoloni, impalato, la bocca tirata in una smorfia, lo si direbbe pronto a chiudere la saracinesca e tornarsene a letto (dove Anna è ancora sveglia, iperimpegnata in un rosario di imprecazioni contro tutti i santi, colpevoli, a suo modo di vedere, di avergli fatto conoscere, nonché sposare, il deficiente).
L’attenzione di Manfredo è catturata dal calendario.
Appeso in un angolo del garage.
Primo pensiero: un calendario in garage?
Secondo pensiero: ma chi ce lo ha messo?
Terzo pensiero: io?
Quarto pensiero: i ladri?
Quinto pensiero: ah, no … quelli tendono a portarti via le cose di casa … non a lasciarci le loro …
Ride tra sé.
Un deficiente, converrebbe Anna, al momento alle prese con Sant’Antonio da Padova.
Sesto pensiero: che giorno è oggi?
Settimo pensiero: domenica 21 dicembre …
Ottavo pensiero: tra poco è Natale.
Nono pensiero: ho la sensazione di dimenticare qualcosa di importante …
Decimo pensiero: chi comprerà l’Inter nel mercato di gennaio?
Undicesimo pensiero: a cosa stavo pensando?
Dodicesimo pensiero: boh …
Tredicesimo pensiero: mettiamoci al lavoro, su …

17 giugno.
Venerdì sera.
23 e 45.
Di ritorno da un pub.
Non usciva più da … da molto .. da quando Sofia se ne era andata.
Due valigie.
Sulla soglia.
Di spalle.
Una voce.
La sua voce.
“Addio”
All’inizio era lui che non aveva voglia di uscire. Era stato appena lasciato.
All’inizio era lui che decideva di rimanere a casa a compatirsi.
Poi, piano piano, aveva iniziato a guardarsi intorno.
E si era ritrovato S O L O.

S O L O

Non era facile ricominciare.
Lui ci provava.
Uscendo qualche volta. Le poche volte che riusciva a convincere qualche vecchio amico ad andare a fare un giro. A vedere una partita insieme. A giocare a biliardo. Aveva scoperto che la ‘prossima volta’ e il ‘no’ erano improvvisamente diventati sinonimi e che tutti avevano molto da fare ma risentiamoci.

17 giugno.
Venerdì sera.
23 e 45.
Di ritorno da un pub.
Ovviamente era stata, e l’aveva messo in conto, una serata fiacca.
Di quelle che ti lasciano una sensazione di incompletezza.
Di insoddisfazione.
Di insensatezza.
Di vuoto.
C’erano state altre serate come quella. Niente di diverso dal solito. Ma quella sera, in macchina, parcheggiando davanti casa, aveva graffiato la fiancata contro un cazzo di palo. E con suo stesso stupore si era ritrovato con le lacrime agli occhi. E non per la macchina. Era una Uno. Degli anni ottanta. Con più ammaccature che cavalli. Stava in piedi con lo scotch. Si era ritrovato con le lacrime agli occhi. Lui che non piangeva mai. Lui che non aveva pianto nemmeno quando lei se ne era andata via.
Due valigie.
Sulla soglia.
Di spalle.
Una voce.
La sua voce.
“Addio”
Lui che non piangeva mai ma ora stava piangendo.
Senza sapere perché. O forse sì.
Le lacrime sulle guance. Che ora scendevano sul collo. Che ora si fermavano. Contro il colletto.
Stanche.
Anche lui era stanco.
Stanco.
Di vivere.
Anche lui aveva bisogno di un colletto.
Di una fine.
Perché dovrei scendere?
Perché dovrei rientrare in casa?
Perché?
Rimase seduto.
Nell’auto parcheggiata.
Nel buio dell’abitacolo.
Lontano dagli occhi di tutti.
Lontano dal cuore di tutti.
Lontano da tutti.
Come sempre.
Quello che lo stupiva era come fosse ormai così scontata quella indifferenza del mondo verso di lui. Come fosse possibile che la sua vita andasse così e nessuno facesse niente. E nessuno neppure se ne rendesse conto. E tutti continuassero per la loro strada, con le loro risate, con i loro abbracci, con le loro vite. Come fosse possibile che lui in quel mondo fosse diventato superfluo. Inutile. Di troppo.
Pianse.
Nell’auto parcheggiata.
Nel buio dell’abitacolo.
Per quanto? Dieci minuti? Un’ora? Non lo sapeva.
Sapeva solo che qualcosa gli opprimeva il petto.
Qualcosa di molto simile al senso di aver sprecato una vita.
Qualcosa di molto simile al senso di aver sprecato la sua vita.
La sua vita.
La sua.

… continua…

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