lacrima

Racconto d’amore: “Bianchi orizzonti” (puntata 2 di 3)

lacrimaLa loro storia andava avanti da due anni ormai. Lui andava e veniva. Lei rimaneva. Lui vedeva pure altre persone. Glielo aveva sempre detto. Lo aveva messo in chiaro fin da principio. Non era una storia esclusiva. Non era neppure una storia seria. Glielo aveva sempre detto. E lei gli aveva sempre detto che le andava bene così. Che pure lei vedeva altre persone, che pensava? che fosse lì solo per lui? Ma lo faceva soltanto per darsi un tono. Per sembrare forte. Lei forte non lo era. Non con lui. E quella storia che lui vedesse altre, che dovesse essere soltanto divertimento non le andava certo bene. Ma era l’unico modo per tenerlo a sé. Col tempo forse sarebbe cambiato. Lui avrebbe iniziato a provare certe cose. E tutto sarebbe cambiato. Ma nel frattempo non poteva perderlo. Doveva stare a quelle regole. Avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco.

E così da due anni lui schioccava le dita e lei era sempre lì ad attenderlo. Magari lui non si faceva sentire per giorni. A volte per settimane. E intanto lei passava le giornate a portata di cellulare. Se lo portava in bagno. Lo lasciava acceso quando andava a letto. Solo per lui. Solo nella speranza che fosse lui. Aveva il terrore di perdere una sua chiamata. Di non leggere un suo messaggio. A volte lo sentiva suonare, ma subito scopriva che era un perfido scherzo dell’immaginazione. Come vederlo in ogni Punto blu che incrociava per strada. O come pensare di incrociarlo per le vie del paese. La cosa paradossale era che passava le sue giornate a fare da sentinella a chiamate a cui solitamente non rispondeva neppure. Lasciava squillare a vuoto. Oppure rispondeva soltanto per dire che era impegnata. Anche quando non lo era. Che non poteva parlare. Anche quando poteva. Che lo avrebbe richiamato lei. Le faceva sentire quel potere che sapeva benissimo di non avere. Potere che perdeva non appena risentiva la sua voce. Lei cercava di essere distaccata, di non cedere di schianto, ma lo voleva troppo e lui la blandiva sempre con qualche bella parola. Era fottutamente bravo con le parole. E in pochi secondi era di nuovo punto e a capo. A flirtare con lui come se non fossero passati giorni di assoluto silenzio in cui forse lui non aveva pensato a lei neppure per un istante. In cui lui sicuramente aveva visto altre donne. In cui lei si era rosa l’anima. E aveva pianto tutte le sue lacrime.

Che poi non era neppure che Fulvio fosse così stronzo. O almeno lui non si vedeva così. Anche se a volte la trattava proprio di merda, questo lo sapeva benissimo. Ma in fondo era sempre stato chiaro con lei. Non le aveva mai promesso niente. Non le aveva mai fatto credere niente. Era più che altro una testa di cazzo. Nell’accezione stretta dell’espressione. Era che a lui Martina piaceva e non piaceva. Piaceva quando glielo dicevano gli ormoni. E veramente in quei momenti gli piaceva. In quei momenti non gli sembrava neppure che fosse soltanto una cosa fisica, gli piaceva, non riusciva a starle lontano, era attratto da lei e tornava a sedurla, ogni volta. Smetteva di piacere non appena i suoi ormoni si placavano. In quei giorni non pensava a lei neppure per sbaglio. Quando aveva altre ragazze, lei usciva totalmente dalla sua vita. La cosa era poi lampante tutte le volte che aveva appena ‘finito’. Quella ragazza prima così desiderabile e desiderata adesso indesiderata. In quei momenti si sentiva al posto sbagliato con la persona sbagliata a fare la cosa sbagliata. E pensava che non avrebbe più dovuto cercarla. E decideva di non cercarla più. Di non vederla più. Diventava improvvisamente distaccato. E probabilmente lei lo sapeva. Sicuramente lo avvertiva. Non poteva non avvertirlo. Lui si sforzava di essere gentile. A volte addirittura di essere affettuoso. Ma solitamente soltanto gentile. A volte però neppure quello. Il fatto è che doveva costringersi ogni volta. E a volte non ce la faceva. Gli pesava troppo. Diventava lo stronzo di turno. E allora sì anche lui si sentiva uno stronzo. E a ragione.

… continua…

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