laggiù in fondo

Racconto tragicomico: “Sofia” (puntata 5 di 9)

laggiù in fondoMi guardo intorno. Non un giornale che sia uno. Non una rivista che sia una. Un solo monitor. Spento.
Che sala di attesa del cazzo.
Prego che non entri nessuno con qualche braccio mozzato, segato, fratturato. Come avrete capito, tendo a sentirmi male alla vista di persone che si sentono male.
Io la definisco “empatia”.
Sofia la definisce “checcaggine”.

Dopo una mezz’ora, esce la ragazza del bancone, mi rende i documenti e mi dice: “potete entrare, uno alla volta”.
Potete?
Mi guardo intorno. Ci sono solo io.

Entro uno alla volta.

– Laggiù in fondo.

Guardo “laggiù in fondo”. Mai viste tante porte tutte insieme. Mi pare decisamente generico. Mi volto verso la ragazza con aria scettica.
Mi guarda scocciata. Sospira. Aggiunge, come se mi stesse donando un rene: “laggiù in fondo a sinistra”.
Guardo “laggiù in fono a sinistra”. Quantomeno ho escluso le 743 porte sulla destra. Non oso chiederle ulteriori indicazioni. Mi avvio “laggiù in fondo a sinistra”.

Questa no. Questa nemmeno. Questa neanche. Questa? No, nemmeno questa. Eccola.

Entro. Nella stanza, due letti.
Su quello lato ovest, Sofia. Gli occhi aperti. Mi guarda. Penso all’ultima volta che mi ha guardato. Ricordo: eravamo in chiesa, lei disse che sì lo voleva, ma non mi sembrava tanto sicura.
Su quello lato est, un signore sulla novantina, con la moglie a vegliarlo, seduta al suo fianco.

– Buongiorno

– Buongiorno

Mi siedo accanto a mia moglie.
– Come stai? Che ti ha detto il dottore?
Muta.
Fa una smorfia e si posa una mano sugli occhi.
– Mi sa che le dà fastidio la luce… la spenga pure – dice la vecchia.
– Troppo gentile, ma non si preoccupi signora, va bene così.
Non sono stato io a parlare.
È stata mia moglie.
Normale, no?
Tuo marito ti chiede come stai dopo un malore, muta, una sconosciuta ti dice di spegnere la luce, l’epopea.

Spengo la luce e mi risiedo. Do un’occhiata alla flebo di soluzione fisiologica e mi metto in silenzio accanto a mia moglie, lo sguardo perso nel vuoto, interrotto solo dal signore novantenne che mi chiede: “ma è un uomo o una donna?” – una di quelle domande che rendono orgogliosi ogni marito.
– Una donna.
– Lei è suo marito?
– Sì.

Si gira dall’altra parte, forse deluso.

– Accompagnami in bagno.
A parlare è sempre il vecchio.
Per fortuna non dice a me, bensì alla moglie.
Per fortuna non dice a mia moglie, bensì alla sua.

Scena: lui, ad occhio 95 anni, 95 anni e debilitato, si appoggia alla moglie; la moglie, ad occhio novantenne, novantenne e zoppa. Giungono al bagno in circa 5 minuti (il bagno non è in fondo al corridoio, bensì in fondo alla stanza, quattro metri per quattro la stanza). Entrano. Chiudono. La porta del bagno: la classica porta ospedaliera. Della serie: la privacy lasciamola agli inglesi. Si sente distintamente, da dentro, la signora dire concitata: “più là! più là! giralo! va beh… ormai…”. Non oso immaginare. Spero solo ardentemente di non dovere accompagnare in bagno mia moglie.
Si riapre la porta.
La signora apre le braccia e, a mo di giustificazione, proclama, in via ufficiale: “non ci si vede una sega”.
Chiude le braccia.
Chiude la porta.
Riparte per la traversata a due.
Destinazione: Itaca, la brandina.

… continua…

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